Secondo i modelli più accreditati come base della valutazione dei diversi
elementi di rischio è necessario predisporre una procedura di controllo che
preveda:
 | il riconoscimento del problema a livello generale; |
 | la valutazione delle mansioni più indiziate per le quali concorrono
come fattori concausali uno o più fattori di rischio; |
 | l'identificazione e la quantificazione dei fattori causali. |
In particolare, da un punto di vista biomeccanico, un modello generale di
analisi deve porre l'attenzione sui seguenti elementi, già evidenziati come
principali fattori determinanti l'insorgere del rischio:
- ripetitività delle azioni (frequenza);
- forza;
- postura incongrua (sollecitazioni estreme degli angoli delle
articolazioni);
- periodi di recupero;
Oltre alle categorie sopra elencate va inoltre analizzata una serie di
fattori complementari variabili, in quanto specifici del tipo di compito
lavorativo svolto, che determinano per il lavoratore un incremento delle
condizioni di disagio (discomfort) complessivo; per citare alcuni esempi si
pensi all'uso di strumenti vibranti, a possibili condizioni microclimatiche
sfavorevoli presenti nell'ambiente di lavoro o alla necessità di indossare
guanti protettivi per svolgere la propria mansione.
La durata di esposizione nel turno lavorativo, infine, rappresenta un altro
parametro basilare nella quantificazione dell'impegno del lavoratore. È
quindi molto importante effettuare un'analisi dettagliata del lavoro con
movimenti ripetitivi. Si rende perciò necessario introdurre la terminologia
impiegata in ambito scientifico per la descrizione dei vari elementi che
concorrono a definire ripetitivo un lavoro [6-65]:
 | azione tecnica: azione che comporta un'attività meccanica; non
deve essere necessariamente identificata con un singolo movimento
articolare, ma con un complesso di movimenti di uno o più segmenti
corporei che permettono il compimento di una operazione elementare. |
 | ciclo: sequenza di azioni tecniche di durata relativamente
breve che viene ripetuta più volte uguale a se stessa; |
 | compito lavorativo: attività definita che porta all'ottenimento
di uno specifico risultato operativo (ad esempio taglio a misura del
legname, legatura ferri, posa elementi, applicazione rasante, stuccatura,
ecc.); possono essere distinti compiti ripetitivi, caratterizzati da cicli
a loro volta composti da azioni meccaniche, e compiti non ripetitivi,
composti da azioni meccaniche non cicliche; |
 | lavoro organizzato: insieme organizzato di attività lavorative
svolte nell'ambito di un turno; può essere composto da uno o più compiti
lavorativi; |
Inoltre l'abilità e l'esperienza dell'individuo possono influire sulla
corretta gestualità dell'operatore: alcune indagini [21] hanno dimostrato
che due operatori addetti alla medesima mansione svolta nel medesimo posto
subiscono sollecitazioni molto diverse in funzione della loro diversa
strategia gestuale. In tal senso viene posto in risalto quanto sia
importante una corretta formazione circa le modalità di svolgimento delle
lavorazioni. Nel seguito si esaminerà nel dettaglio ciascuno dei fattori
sopra descritti e la loro rilevanza nella valutazione complessiva
dell'esposizione a rischio.
Ripetitività - frequenza
Può essere ritenuto il fattore di rischio di maggior importanza, al punto
che in letteratura tutte le sindromi di specifico interesse vengono spesso
definite con termini che richiamano in particolare la frequenza, come RSI (Repetitive
Strain Injuries) o RMI (Repetitive Motion Illnesses).
La caratterizzazione della ripetitività rappresenta un elemento
discriminante del compito lavorativo da sottoporre a valutazione. Un compito
ripetitivo per gli arti superiori deve essere oggetto di analisi se richiede
lo svolgimento in sequenza di cicli lavorativi di breve durata a contenuto
gestuale analogo. Il problema che emerge di fronte ad un "compito
ripetitivo" risiede nella valutazione quantitativa della ripetitività.
Dall'esame della letteratura [6-65] si evince il generale orientamento verso
una caratterizzazione della ripetitività basata sulla durata del ciclo:
un'alta ripetitività è tipica di cicli con durata inferiore a 30 secondi.
La sola analisi sistematica del compito lavorativo con l'individuazione dei
cicli può, tuttavia, rivelarsi insufficiente e comportare stime errate
dell'impegno muscolo-tendineo; basti pensare alla differenza esistente tra
un'attività caratterizzata da cicli molto brevi che non richiede tuttavia
gesti frequenti, ed un'altra in cui cicli lunghi possono essere svolti con
elevate frequenze di azione. Per quanto ora detto appare più accurato, ai
fini della prevenzione di eventuali patologie, descrivere il carattere di
ripetitività di una mansione in termini di frequenza di azione, valutando
l'entità del rischio per ciascuna articolazione che interviene
nell'esecuzione dei movimenti.
Nell'applicazione pratica, tuttavia, non potendo eseguire misure dirette
della frequenza di ciascun distretto articolare, la maggior parte dei
protocolli di indagine proposti in letteratura tende a valutare la frequenza
in senso complessivo, quantificando le azioni meccaniche nell'unità di tempo
(n° azioni tecniche/minuto).
In generale per il calcolo della frequenza delle azioni si rende necessario
determinare:
 | il tempo netto di compito ripetitivo |
 | il numero di cicli nel compito ripetitivo |
 | la durata di ciascun ciclo |
 | il numero di azioni per ciclo |
 | la frequenza delle azioni nell'unità di tempo |
 | il numero complessivo delle azioni nel turno |
Il calcolo della frequenza così come descritto, se riferito ad un tempo
di osservazione di lunghezza adeguata, permette di minimizzare gli errori di
calcolo dovuti alle variazioni del ritmo di lavoro che normalmente si
verificano nell'esecuzione di un compito, in quanto si basa sui seguenti
fattori:
 | tempi esatti a disposizione per l'esecuzione del compito |
 | numero di cicli richiesti per turno |
 | numero di azioni tecniche necessarie a svolgere un ciclo |
permette, inoltre, di ottenere la frequenza media necessaria per svolgere
ciascun compito lavorativo durante un periodo assegnato.
Forza
La forza viene definita come l'impegno biomeccanico necessario a svolgere
una determinata azione o sequenza di azioni. Essa deve essere applicata
direttamente dall'operatore per l'esecuzione del gesto (componente dinamica)
o impiegata per mantenere strumenti di lavoro o singoli segmenti delle
braccia in una determinata posizione (componente statica), variando, a
seconda della tipologia di forza richiesta, la componente tensionale dei
tendini e delle masse muscolari che intervengono nel gesto.
Per tale fattore di rischio, la quantificazione è più complessa di quella
prevista per il calcolo del fattore ripetitività, a meno che non si voglia
ricorrere a tecniche elettromiografiche di difficile applicazione in
condizioni non standardizzate. Per tale motivo più di un modello fa ricorso
ad un'apposita scala proposta da Borg (tab. 3.1.a) a seguito di una
sperimentazione condotta per correlare il risultato delle rilevazioni
elettromiografiche (EMG) con il valore di percezione soggettiva dello sforzo
fisico applicato ad un determinato segmento corporeo durante uno specifico
movimento, considerando pari a 10 il valore della Massima Contrazione
Volontaria (MCV) ricavato con l'EMG.
|
PUNTEGGIO
|
SFORZO PERCEPITO
|
|
0
|
del tutto assente
|
|
0.5
|
estremamente leggero
|
|
1
|
molto leggero
|
|
2
|
leggero
|
|
3
|
moderato
|
|
4
|
forte
|
|
5
|
|
6
|
|
7
|
molto forte
|
|
8
|
|
9
|
|
10
|
massimo
|
Tabella 3.1.a. Valutazione soggettiva dello sforzo percepito tramite
scala di Borg
Postura e movimenti
Ai fini della quantificazione del rischio è basilare determinare la mutua
posizione dei distretti biomeccanici (gomito, polso, spalla) durante
l'esecuzione del gesto, considerando che risultano potenzialmente dannose
tutte le condizioni posturali estreme, ancor più in condizioni di estrema
ripetitività.
Lo studio della postura può inoltre rivelarsi utile strumento progettuale
nella modifica di tutte le condizioni non ergonomiche imposte dal posto di
lavoro.
Tale studio dovrà essere operato su di un ciclo rappresentativo di ciascuno
dei compiti ripetitivi esaminati, considerando le posizioni o i movimenti
dei quattro principali segmenti anatomici (dx e sx):
- postura e movimenti del braccio rispetto alla spalla (flessione,
estensione, abduzione);
- movimenti del gomito (flesso-estensioni, prono-supinazioni
dell'avambraccio);
- posture e movimenti del polso (flesso-estensioni, deviazioni
radio-ulnari);
- posture e movimenti della mano (tipo di presa).
Alcuni esempi di postura sono riportati in figura 3.1.a.


  
Figura 3.1.a. Esempi di posture (da: Linee guida in materia di rischi da
vibrazioni e da movimenti e sforzi ripetuti degli arti superiori, Regione
Piemonte, Assessorato alla Sanità, 1997, modificato).
Nella valutazione delle singole posture si dovrà definire se, durante il
movimento, l'impegno a carico dell'articolazione (misurato dal valore
dell'escursione articolare) richiede posizioni articolari estreme (in genere
superiori al 50% del range di movimento articolare), neutre (quando il
tratto articolare considerato è in posizione di riposo sotto il profilo
anatomico o addirittura non coinvolto in operazioni lavorative) o
intermedie. Analogamente a quanto visto per la scala di Borg anche nel caso
della valutazione delle posture si è ricorso alla definizione della
percezione soggettiva in funzione dell'impegno articolare richiesto in
diverse condizioni posturali.
Particolare cura inoltre va posta nella definizione della presa manuale
degli oggetti durante lo svolgimento del compito lavorativo, che risulterà
di diversa valenza anatomica (e differente impegno di sforzo) a seconda
della tipologia considerata. In figura 3.1.b sono riportati alcuni tra i
principali tipi di presa possibili.

Figura 3.1.b. Tipi di presa (da: Linee guida in materia di rischi da
vibrazioni e da movimenti e sforzi ripetuti degli arti superiori, Regione
Piemonte, Assessorato alla Sanità, 1997, modificato).
Tempi di recupero
Un lavoro ripetitivo risulta estremamente gravoso se, oltre a prevedere
un'elevata frequenza di azioni tecniche, è privo di adeguati periodi di
recupero. Nel corso di tali periodi può avvenire il ripristino metabolico
del distretto interessato da sollecitazioni durante lo svolgimento dei
compiti ripetitivi. Ciò non è sempre possibile, in quanto molti lavoratori
dichiarano di svolgere attività caratterizzate da alte velocità, in cui, ad
esempio, i ritmi sono dettati da una macchina, e pertanto di non avere la
possibilità di intervallare l'attività lavorativa con periodi di pausa.
Accanto alle informazioni relative a forza, frequenza, postura e fattori
complementari vanno pertanto acquisite informazioni anche sulla
distribuzione delle varie fasi nell'ambito del turno lavorativo, per poter
determinare:
 | la presenza e la durata dei tempi di "pausa" in relazione al periodo
di attività contraddistinto da cicli; |
 | la distribuzione delle pause all'interno del turno. |
I due parametri sopra descritti permettono di valutare se l'attività
prevede un corretto rapporto tra tempi di attività ciclica e tempi di
recupero, tale da permettere ai gruppi muscolari che coordinano i vari
movimenti articolari un riposo adeguato per evitare situazioni di stress e
affaticamento muscolare. Queste ultime condizioni, nel tempo, incidono in
modo negativo sul grado di coordinazione motoria necessario per svolgere
correttamente attività ad alto contenuto ripetitivo.
Su tale problematica, l'aspetto della valutazione dei tempi attivi in
rapporto alla durata delle pause ed alla loro distribuzione è stato
affrontato a partire dagli anni '50, con studi di fisiologia muscolare
rivolti alla valutazione dei tempi di recupero in funzione dell'applicazione
di una forza muscolare discreta (tab. 3.1.b). Più recentemente la Health and
Safety Commission australiana, ha giudicato accettabile il valore di 5:1 per
il rapporto tra tempo dedicato al lavoro ripetitivo e tempo di recupero.
|
Forza (scala di Borg)
|
Tempo di mantenimento(secondi)
|
Tempo di recupero(secondi)
|
Percentuale di recupero
|
|
fino a 2
(20% MCV)
|
20
|
2
|
10%
|
|
30
|
3
|
10%
|
|
45
|
7
|
15%
|
|
120
|
60
|
50%
|
|
180
|
180
|
100%
|
|
240
|
480
|
200%
|
|
300
|
1200
|
400%
|
|
450
|
2700
|
600%
|
|
circa a 3
(30% MCV)
|
20
|
10
|
50%
|
|
40
|
40
|
100%
|
|
60
|
120
|
200%
|
|
90
|
360
|
400%
|
|
120
|
720
|
600%
|
|
150
|
1200
|
800%
|
|
circa a 4
(40% MCV)
|
20
|
20
|
100%
|
|
30
|
60
|
200%
|
|
50
|
200
|
400%
|
|
70
|
420
|
600%
|
|
circa a 5
(50% MCV)
|
20
|
40
|
50%
|
|
30
|
120
|
400%
|
|
40
|
240
|
600%
|
|
90
|
720
|
800%
|
Tabella 3.1.b. Calcolo dei tempi di recupero (in secondi) per operazioni
che richiedono contrazioni isometriche (tempi uguali o superiori a 20
secondi) per tempi e forze applicate.
Fattori complementari
Nella determinazione delle condizioni di discomfort operativo, accanto ai
fattori già presi in considerazione, intervengono altri elementi sempre di
natura lavorativa specifici dell'attività svolta (Tab. 3.1.c). Tali fattori,
definiti generalmente con il termine di "complementari" possono, se
presenti, incidere nella determinazione del rischio complessivo in funzione
del tempo effettivo di intervento all'interno del ciclo lavorativo.
| Uso di strumenti vibranti (anche per una parte delle azioni); |
| estrema precisione richiesta (tolleranza di circa 1 mm. nel
posizionamento di un oggetto); |
| compressioni localizzate su strutture anatomiche della mano o
dell'avambraccio da parte di strumenti, oggetti o arredi di lavoro; |
| esposizione a refrigerazioni; |
| uso di guanti che interferiscono con l'abilità manuale richiesta dal
compito; |
| scivolosità della superficie degli oggetti manipolati; |
| esecuzione di movimenti bruschi o "a strappo" o veloci; |
| esecuzione di gesti con contraccolpi (es. martellare o picconare su
superfici dure). |
Tab. 3.1.c. Fattori di rischio complementari
|